Ci sono momenti in cui una comunità sembra muoversi davvero nella direzione giusta. Non perché spariscano i problemi, ma perché alcune persone decidono di non restare ferme. Si mettono in ascolto, collaborano, si sporcano le mani con le cose concrete, e da lì nasce qualcosa che prima non c’era.
È quello che è accaduto a Cernusco sul Naviglio con il percorso dell’APS Gianni Ballerio, un’esperienza fatta di volontariato, dialogo interculturale, creatività condivisa e costruzione di legami reali. Un cammino che è passato dagli aiuti umanitari per l’Ucraina ai laboratori tessili, dalle iniziative contro la violenza sulle donne alla nascita del Tavolo della Pace.
Il filo conduttore è sempre lo stesso: il bene comune si costruisce insieme. E lo si costruisce partendo dalle persone, dal loro tempo, dalle loro ferite, dalle loro capacità, dalle loro differenze.
Chi era Gianni Ballerio e da dove nasce l’associazione
Per capire il senso di questo lavoro bisogna partire da Gianni Ballerio, figura centrale per l’associazione che porta il suo nome.
Nato nel 1943 ad Asmara, nell’attuale Eritrea, mostrò fin da giovane una forte inclinazione per l’impegno sociale e umanitario. L’incontro con gli scritti della Fede Bahá’í, nei primi anni Settanta, segnò profondamente il suo percorso interiore e gli diede una direzione ancora più chiara.
Negli anni successivi assunse ruoli di rilievo all’interno della Bahá’í International Community, in particolare a Ginevra, nel contesto delle Nazioni Unite. Si occupò del miglioramento della condizione femminile, tema che portò anche nei grandi contesti internazionali, compresi i lavori plenari a New York. Lavorò inoltre nei rapporti con l’Organizzazione Mondiale della Sanità e con l’Unione Europea, contribuendo a rafforzare la presenza della Bahá’í International Community nei luoghi del dialogo globale.
In Italia, soprattutto nell’area di Perugia, erano già attivi gruppi di volontari nel sociale, nell’educazione, nella cultura e nell’ambiente. Dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 2001, amici e collaboratori decisero di dare continuità concreta a quella visione fondando l’APS Gianni Ballerio.
L’associazione nasce con un orientamento molto chiaro: sostenere progetti coerenti con principi di unità, giustizia, servizio e promozione umana. Nel tempo questo ha significato anche sostenere la costruzione di scuole in vari Paesi, tra cui Togo, Repubblica Democratica del Congo, Brasile, Eritrea e Myanmar.
Chi propone un’iniziativa in linea con questi principi può trovare nell’associazione un appoggio, una rete, un luogo dove l’idea viene presa sul serio e aiutata a crescere.
L’arrivo a Cernusco nel pieno del Covid
L’esperienza di Cernusco sul Naviglio prende forma nel 2020, in piena pandemia. Era un momento in cui si poteva fare poco sul piano operativo. Si parlava molto, ci si incontrava online, ma l’azione sul territorio era fortemente limitata.
In quel contesto si formò un piccolo nucleo tra Cernusco e Cassina de’ Pecchi. Non c’erano ancora le condizioni per una struttura locale più solida, ma c’era già una volontà condivisa: non restare ai margini della vita della comunità.
Quando finalmente sembrava possibile tornare all’esterno e riattivare relazioni e progetti, esplose la guerra in Ucraina. È stato un passaggio doloroso, ma anche uno di quei momenti in cui una crisi obbliga a reagire. E spesso proprio lì si apre uno spazio imprevisto per il servizio.
L’emergenza in Ucraina e la missione al confine polacco ucraino
All’inizio del 2022, con l’invasione dell’Ucraina, la Protezione Civile di Cernusco si attivò per organizzare i primi invii umanitari. Serviva però un’associazione che facesse da capofila, perché non si trattava solo di mandare materiali, ma anche persone. C’erano questioni assicurative, organizzative e di responsabilità che andavano affrontate rapidamente e con serietà.
L’APS Gianni Ballerio rispose a questa necessità e raccolse l’adesione di cinque persone con esperienza in ambito medico e infermieristico. Partirono con farmaci, viveri e abbigliamento verso il confine tra Polonia e Ucraina.
La situazione sul posto era estremamente complessa. Migliaia di persone in fuga, un enorme flusso umano da gestire, bisogni sanitari urgenti, distribuzione degli aiuti da coordinare con attenzione. In uno scenario simile non basta la buona volontà. Occorrono lucidità, affidabilità e capacità di orientarsi nel caos.
Il gruppo riuscì anche a contribuire all’individuazione dei canali più adatti per far arrivare i materiali nei punti giusti. Questo aspetto era fondamentale, perché nei contesti di guerra anche gli aiuti possono essere intercettati o speculati da chi approfitta della tragedia altrui.
Il rientro fu duro. Alcuni volontari tornarono molto provati, qualcuno ebbe anche pesanti conseguenze di salute. Ma da quell’esperienza nacque una cosa importante: la fiducia del territorio.
La Protezione Civile colse la serietà del lavoro svolto, e da lì iniziò un passaparola che portò l’associazione a entrare in contatto con l’assessorato alle pari opportunità e alla cooperazione internazionale. Da quel momento si aprì una fase nuova.
Quando un laboratorio di cucito diventa un laboratorio di comunità
Uno dei progetti più belli nati da queste collaborazioni è stato un laboratorio di cucito ispirato a un’esperienza già vissuta negli Stati Uniti. L’idea, in sé, era semplice. Mettere insieme persone di origini diverse, farle lavorare con tessuti donati, spesso ritagli o scampoli, e creare qualcosa di comune.
Ma il punto non era solo il manufatto finale. Il punto era il processo.
Mentre si cuciva, si parlava. Mentre si univano i pezzi di stoffa, si intrecciavano storie. Mentre si componeva un disegno, si costruiva fiducia.
Da quel lavoro prese forma un grande albero realizzato in patchwork, chiamato albero dell’unità. Non era solo un oggetto artistico. Era il simbolo visibile di un’esperienza collettiva in cui donne provenienti da Paesi diversi avevano creato insieme qualcosa che nessuna avrebbe potuto realizzare da sola.
In alcuni momenti furono rappresentati fino a otto Paesi diversi. Questa pluralità ha dato al progetto una forza particolare. Non sempre è facile mantenere una frequenza costante, specialmente per chi ha figli, impegni familiari o condizioni di vita complicate. Eppure la partecipazione è stata intensa, sincera, carica di significato.
Intrecci di fili e di storie
Con il tempo questo percorso ha preso anche un nome molto evocativo: Intrecci di fili e di storie.
È un titolo perfetto, perché racconta sia il lavoro manuale sia quello relazionale. Da una parte il filo, l’uncinetto, il tessuto, il cucito. Dall’altra le biografie, i ricordi, la solitudine, la voglia di appartenere, il bisogno di essere ascoltati.
In queste attività l’ascolto è stato decisivo. Non come gesto formale, ma come pratica viva. Ascoltare davvero una persona cambia anche chi ascolta. Fa cadere giudizi automatici, ridimensiona l’ego, insegna a capire dove si può essere utili senza imporsi.
È così che un semplice gruppo creativo è diventato, agli occhi dell’amministrazione, quasi un libro a capitoli. Ogni stagione portava un episodio nuovo, un nuovo segno nella vita della città.
Virginia e il valore umano del tempo ritrovato
Tra le storie nate dentro questa esperienza ce n’è una che resta impressa. Quella di Virginia.
A 91 anni era sempre la prima ad arrivare. Aspettava con entusiasmo il momento del laboratorio, teneva moltissimo al suo posto e alla sua macchina da cucire, lavorava con energia e con una determinazione che lasciava tutti stupiti.
Partecipava con una vitalità contagiosa. E proprio questa vitalità fu notata anche dalla sua famiglia, che vide in quel periodo una sorta di rifioritura. Una nuova voglia di fare, di prepararsi, di uscire, di prendere parte.
Il giorno dopo la conclusione del Festival dei Popoli, al quale aveva partecipato anche il gruppo di Intrecci, arrivò la notizia della sua morte.
Fu un colpo forte. Non solo per l’età avanzata, ma per il contrasto fra la sua presenza piena di energia e la rapidità con cui se n’era andata. Le figlie vollero che durante il funerale venisse letto un brano poetico che paragona la morte a una piccola barca: da una riva qualcuno dice che è partita, dall’altra qualcuno gioisce perché è arrivata.
Questa storia ricorda una cosa semplice e potente: il tempo libero, soprattutto in età avanzata, può diventare tempo pieno di senso. Se c’è una comunità capace di accogliere, ascoltare e offrire occasioni vere di partecipazione, la vita può riaccendersi anche quando sembra ormai tutta scritta.
Arte pubblica e impegno civile contro la violenza sulle donne
Il lavoro dell’associazione non si è fermato ai laboratori interni. Ha preso anche la forma di installazioni pubbliche legate a giornate simboliche e a ricorrenze cittadine.
Per il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, fu realizzata una collaborazione con l’amministrazione per un’installazione molto forte sul piano visivo. Al centro c’era una grande sedia rossa di legno alta quattro metri, collegata da un filo rosso a 42 sedie dipinte e allestite con messaggi, scritte e riflessioni dei ragazzi delle scuole di Cernusco.
Il contributo di Intrecci fu la realizzazione di un grande gomitolo rosso e del collegamento simbolico tra gli elementi dell’opera. Quelle sedie, conservate poi come esposizione, sono diventate contenitori di parole, pensieri, domande e prese di posizione.
Qui l’arte non era decorazione. Era educazione civica, memoria, presa di coscienza.
Un altro momento significativo fu la preparazione di installazioni per la festa di San Giuseppe, la festa più importante di Cernusco. Furono realizzati cerchi all’uncinetto che poi vennero esposti lungo una via cittadina. Sessantuno grandi cerchi colorati trasformarono lo spazio urbano e catturarono l’attenzione di moltissime persone, anche al di fuori della città.
Ancora una volta, un lavoro artigianale nato in un gruppo apparentemente piccolo si trasformava in un segno pubblico capace di parlare a tutti.
La nascita del Tavolo della Pace
Con il tempo tutte queste esperienze hanno contribuito alla creazione del Tavolo della Pace a Cernusco sul Naviglio, una realtà partecipata da più associazioni del territorio.
La decisione del Comune di dedicare febbraio al mese della pace ha fatto da catalizzatore. C’era un bisogno diffuso di parlare della situazione mondiale, delle guerre, del disorientamento collettivo, ma anche di trovare un linguaggio che non si limitasse alla denuncia.
Così sono nati incontri, conferenze, momenti di testimonianza, eventi pubblici e un concerto dedicato alla pace. Il punto interessante è che non si è scelto di parlare della pace solo in opposizione a un singolo conflitto o a una singola parte. Si è cercato invece di affrontarla come condizione interiore, sociale e politica da costruire a più livelli.
Questo approccio è importante. Quando ci si impantana nelle sole contrapposizioni ideologiche, si rischia di non avanzare. Quando invece si parte dalla trasformazione della persona, dalla spiritualità, dalla comunità e poi dalle istituzioni, il discorso acquista profondità e può diventare generativo.
Conferenze, testimonianze e nuove domande sul presente
All’interno del Tavolo della Pace sono stati affrontati temi diversi ma collegati fra loro:
- le testimonianze dai contesti di guerra, con persone impegnate sul campo in Ucraina o con familiari in Myanmar e in Iran;
- il rapporto tra pace e ambiente, perché non esiste equilibrio sociale senza equilibrio con il pianeta;
- l’etica dell’economia, con riflessioni su un sistema mondiale sempre più instabile;
- l’emancipazione femminile, letta come chiave necessaria per una società più giusta e meno violenta.
Tra gli interventi che hanno lasciato il segno c’è stato anche un concerto per la pace, costruito attorno al tema dell’unità come forza capace di illuminare il mondo. Non si è trattato solo di un momento artistico, ma di una forma di partecipazione emotiva e collettiva che ha saputo coinvolgere profondamente i presenti.
Ci sono state inoltre iniziative pubbliche come la fiaccolata per la pace, conclusa nel giardino della sede comunale insieme ad altri comuni del territorio. Segni semplici, ma importanti, perché rendono visibile una volontà condivisa.
Festival dei Popoli, creatività e dialogo interculturale
Nel contesto del Festival dei Popoli, chiamato anche Cernusco Interculturale, l’associazione ha portato altre attività aperte e accessibili. Una delle più efficaci è stata quella degli shopper decorati da bambini e ragazzi con spray e pennarelli per tessuto.
Si trattava di una proposta semplice: ognuno realizzava il proprio disegno e portava a casa una borsa creata con le proprie mani. Ma anche qui il valore era doppio. Da una parte c’era l’espressione creativa. Dall’altra c’era la possibilità di incontrarsi in un contesto sereno, giocoso, multiculturale.
Questi momenti sono preziosi perché abbassano le difese e permettono relazioni spontanee. Non tutto deve passare da eventi solenni o da dibattiti complessi. A volte una comunità si ricuce anche attraverso un tavolo, dei colori e un’attività fatta insieme.
Pane e rose: il ruolo delle donne nella costruzione della pace
Tra i temi che attraversano questo percorso c’è con forza quello del ruolo delle donne nella vita pubblica e nella costruzione della pace.
In un’iniziativa dedicata alla violenza contro le donne è stato portato anche uno striscione con una richiesta netta: essere libere da ogni violenza. In quella stessa occasione è stato richiamato un pensiero espresso da ‘Abdu’l-Bahá durante il suo viaggio negli Stati Uniti nel 1912, in un periodo in cui il movimento per il suffragio femminile stava guadagnando forza.
In quegli anni si diffuse anche lo slogan “pane e rose”, dove il pane rappresenta ciò che nutre il corpo e le rose ciò che nutre l’anima. Il collegamento è rimasto attuale. Una società giusta non deve offrire solo sopravvivenza, ma anche dignità, bellezza, voce, partecipazione.
La visione richiamata è limpida: quando le donne partecipano pienamente e a pari titolo agli affari del mondo, anche nelle leggi e nella politica, la guerra perde terreno.
Non è un abbellimento retorico. È un’idea radicale di trasformazione della civiltà.
La lezione più importante: ascolto, consultazione, perseveranza
Se c’è una parola che riassume tutto questo percorso, è ascolto.
Ascoltare sul serio le persone, le loro esigenze, i loro limiti, i loro desideri, cambia la qualità di qualsiasi progetto sociale. Senza ascolto si fanno attività. Con l’ascolto si costruisce comunità.
Accanto all’ascolto c’è la consultazione. Non nel senso burocratico del termine, ma nel senso di un confronto sincero in cui nessuno arriva per imporre la propria idea. Si parla, si riflette insieme, si prova a capire quale strada possa davvero servire.
E poi c’è la perseveranza. Le crisi arrivano. Le difficoltà organizzative pure. A volte si perde partecipazione, a volte cambia il contesto, a volte occorre fermarsi e ripensare tutto. Ma proprio lì si misura la serietà di un impegno.
Le qualità spirituali, quelle che spesso si cercano di coltivare fin dall’infanzia, non restano concetti astratti. Entrano nella vita concreta. Diventano affidabilità, costanza, coraggio, capacità di servizio.
La sfida delle nuove generazioni
Uno dei punti più delicati oggi riguarda il coinvolgimento dei giovani. Non basta desiderarlo. Bisogna trovare linguaggi, strumenti e contesti capaci di parlare davvero alle nuove generazioni.
Per questo è stata avviata anche una formazione specifica sull’uso dei social media, con l’obiettivo di imparare a comunicare in modo più adeguato ai linguaggi contemporanei. Il problema non è solo tecnico. È culturale.
Se i messaggi di pace, unità e responsabilità civile restano confinati in forme comunicative troppo lontane dal mondo giovanile, semplicemente non arrivano. Serve allora umiltà. Serve riconoscere il divario, imparare, collaborare con chi ha più competenze, aprire nuove strade.
In questa direzione è nato anche un primo contatto con un centro di aggregazione giovanile di Cernusco. L’idea non è aspettare che siano i ragazzi a chiedere cosa fare, ma muoversi verso di loro con spirito di servizio e flessibilità.
Le proposte possono essere molte:
- attività creative diverse da quelle già sperimentate con gli adulti;
- momenti musicali o di registrazione;
- visione e discussione di film;
- club di lettura con testi scelti insieme;
- corsi di inglese;
- corsi di primo soccorso.
L’importante è il metodo. Non calare dall’alto un progetto, ma costruirlo a partire dall’ascolto reciproco. È una sfida vera, e proprio per questo vale la pena affrontarla.
Una pausa per riflettere, non per fermarsi
Dopo due anni molto intensi, l’esperienza di Intrecci si trova in una fase di riflessione. Non perché manchino idee, ma perché ogni realtà viva ha bisogno, a un certo punto, di chiedersi come evolvere.
Fino a ora molte persone arrivavano nella sede e si univano alle attività. Forse il passo successivo sarà diverso: non aspettare che siano gli altri a venire, ma andare incontro ai gruppi, ai luoghi, ai bisogni già esistenti.
Questa prospettiva è coerente con tutto il cammino fatto fin qui. Una partecipazione civica matura non si limita a organizzare eventi. Cerca di capire dove c’è una possibilità reale di servire.
Una comunità si trasforma quando le persone si riconoscono
Uno degli aspetti più incoraggianti emersi in questo percorso è la possibilità, molto concreta, che persone diverse inizino davvero a riconoscersi. Non solo a coesistere nello stesso spazio, ma a salutarsi, a vedersi, a sentirsi parte dello stesso tessuto umano.
Questo è emerso anche in incontri pubblici in cui donne di origini differenti hanno raccontato le loro difficoltà, spesso segnate da solitudine e burocrazia, ma anche le loro risorse. C’era chi poteva offrire competenze sartoriali, chi sapeva realizzare parrucche per persone fragili, chi poteva insegnare a ballare. Il cambio di prospettiva è stato decisivo: non chiedersi soltanto di cosa una persona ha bisogno, ma anche cosa può donare.
Quando una comunità inizia a porsi questa domanda, cambia atmosfera. Le persone non sono più viste come problemi da gestire, ma come risorse da accogliere e valorizzare.
La pace mondiale comincia da qui
Alla fine, tutto questo rimanda a una convinzione precisa: la pace non nasce da sole dichiarazioni o da posizionamenti politici di parte. Nasce da una trasformazione che parte dall’individuo, cresce nella comunità e poi arriva alle istituzioni.
Per questo un’associazione locale può avere un significato molto più ampio di quanto sembri. Un laboratorio di cucito, una spedizione umanitaria, una fiaccolata, una conferenza, un gruppo di ascolto, un’attività per ragazzi. Nulla di tutto questo da solo cambia il mondo. Ma tutto questo insieme può cambiare il modo in cui una comunità si pensa e si comporta.
E quando una comunità cambia davvero, anche il mondo smette di essere un’astrazione lontana.
La lezione più bella è forse questa: anche in tempi confusi, anche quando il buio sembra prevalere, non bisogna restare inerti. Si può lavorare, sorridere, resistere alla disperazione, servire la giustizia e la libertà, continuare a seminare unità.
Perché gli alberi della speranza possono ancora tornare verdi. E a volte cominciano proprio da un piccolo gruppo di persone che decide, semplicemente, di mettersi insieme e fare la propria parte.

