Il Parlamento delle Religioni del Mondo 2023 si è svolto a Chicago, Illinois, dal 14 al 18 agosto 2023, segnando il 130° anniversario del primo Parlamento e riunendo migliaia di persone appartenenti a fedi diverse, tradizioni indigene e gruppi secolari.
Con il tema “Una chiamata alla coscienza: Difendere la libertà e i diritti umani”, la conferenza ha offerto spazi di dialogo, eventi culturali e iniziative collaborative per promuovere pace, giustizia e sostenibilità, tornando nella città in cui è nata la moderna esperienza interreligiosa.
I baha’i degli Stati Uniti hanno pubblicato con generosità questo panel informativo, coinvolgente e riflessivo, tenutosi durante il Parlamento. I relatori Nwandi Lawson, Joy DeGruy, Derik Smith e Nanabah Foguth esplorano come categorie identitarie particolari possano essere collocate all’interno di una più ampia comprensione della famiglia umana, esaminando il concetto di cittadinanza globale e come il riconoscimento della nostra comune umanità possa tradursi in adeguamenti alle strutture sociali, alle istituzioni di governo e alle relazioni tra individui e comunità.
Prima di entrare nel merito dei contenuti, è utile segnalare che uno dei video incorporati in questa pagina è una sintesi realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale a partire dal panel originale in lingua inglese, presentato durante il Parlamento delle Religioni del Mondo 2023. Questo lavoro di sintesi non sostituisce l’intervento completo dei relatori, ma nasce con l’intento di rendere più accessibili i nuclei concettuali principali a un pubblico più ampio, superando barriere linguistiche e favorendo una prima comprensione dei temi affrontati.
L’uso dell’IA, in questo contesto, è stato orientato a un servizio educativo: condensare, chiarire e mettere in evidenza i passaggi chiave del dialogo, preservandone il senso generale e invitando chi lo desidera ad approfondire attraverso la visione del materiale originale integrale.
Che cosa intendiamo per identità umana?
Anima come identità primaria
Nel discorso spirituale baha’i l’identità primaria dell’essere umano è l’anima. Questa prospettiva sposta il centro dell’identità lontano da categorie meramente materiali o sociali per porlo nella dimensione spirituale, potenzialmente condivisa da ogni persona. Come è stato ricordato più volte durante il panel: la nozione che “la terra non è che un paese e l’umanità i suoi cittadini” serve da bussola morale. In termini pratici, riconoscere l’anima come nucleo dell’identità significa sottolineare la nobiltà intrinseca di ogni individuo e la possibilità di sviluppo virtuoso che non dipende esclusivamente dalla provenienza, dalla condizione economica o dall’appartenenza etnica.
Questo approccio ha conseguenze concrete: modifica il modo in cui progettiamo l’educazione, le politiche sociali e la partecipazione civica. Se l’anima è la dimensione primaria, allora ogni intervento volto al bene comune deve mirare anche allo sviluppo delle facoltà spirituali: amore, servizio, altruismo, ricerca della verità. Ciò non nega le identità secondarie (razza, lingua, cultura), ma le reinterpreta alla luce di un’unità più profonda. Come ha detto uno dei relatori: “l’uomo è il mio mistero e io sono il suo mistero”, frase che richiama un rapporto di reciprocità tra l’umano e il divino e ci invita a trattare ogni persona come portatrice di un potenziale unico e sacro.
Accogliere l’anima come identità primaria richiede un esercizio quotidiano di osservazione e pratica: è necessario imparare a vedere oltre le apparenze, ad ascoltare le aspirazioni profonde degli altri e a costruire contesti che permettano alle qualità spirituali di emergere. Questo parla anche di responsabilità educativa: le istituzioni, le famiglie e le comunità devono coltivare programmi che nutrono la dimensione interiore, affinché la maturità collettiva non resti una promessa teorica ma diventi esperienza condivisa.

La nostra vera identità è spirituale: l’anima. Un messaggio di unità e trasformazione dal Parlamento delle Religioni 2023
Identità secondarie e il loro ruolo sociale
Le identità secondarie — razza, etnia, lingua, genere, nazionalità — hanno una storia concreta e impattano profondamente sulle esperienze individuali. Il panel ha ricordato che queste categorie sono reali, hanno effetti materiali e spesso sono state costruite come strumenti di esclusione ed economia di sfruttamento. Per questo non possono essere semplicemente ignorate dalla narrativa della “unità”. In pratica, riconoscere il primato dell’anima non significa minimizzare la sofferenza causata da oppressione storica: al contrario, impone di affrontarla con giustizia concreta.
Un esempio discusso riguarda il peso storico e materiale della schiavitù, del colonialismo e delle discriminazioni razziali. Quando gruppi storicamente marginalizzati rivendicano il riconoscimento della loro umanità, lo fanno a partire da una necessità di riparazione e ristrutturazione delle condizioni che hanno generato esclusione. Perciò le politiche di riparazione e le misure di giustizia sociale sono requisiti pratici per creare contesti in cui le identità secondarie non siano più motivo di esclusione ma contributi alla ricchezza collettiva. Come ha sottolineato uno dei relatori, la giustizia deve essere intesa come mezzo per l’apparizione dell’unità: il fine è l’unità ma i mezzi devono essere giusti e coerenti con quel fine.
Questo riconoscimento richiede anche una trasformazione del linguaggio e delle pratiche quotidiane. Termini caricati di storia discriminatoria vanno riesaminati; stereotipi e parole d’uso comune che sminuiscono gruppi interi devono essere messi in discussione. Inoltre, le istituzioni educative, culturali e mediatiche hanno la responsabilità di promuovere una narrativa che valorizzi la diversità come espressione della bellezza dell’umanità, senza nascondere le ferite del passato ma lavorando per guarirle attraverso azioni concrete e programmi strutturati.
Come forgiare un’identità condivisa e uno scopo comune
Apprendere nella pratica: iniziative dal basso
La costruzione di un’identità condivisa avviene per lo più nella pratica e nella quotidianità, non solo attraverso slogan. L’esperienza raccontata durante il panel lo rende evidente: gruppi di giovani, piccoli comitati di quartiere e iniziative locali hanno mostrato come la vicinanza e l’azione comune permettono di “provare” una convivenza basata sull’onore dell’altro. Un esempio pratico fu il lavoro con un gruppo di giovani che, in un momento di tensione percepita lungo linee razziali, accettarono di leggere insieme documenti interi, di confrontare le proprie esperienze dirette e di costruire progetti comuni. Dal semplice esercizio di leggere tutto un testo e di parlarne sulla base delle esperienze reali, nacque una vera ricerca condivisa che portò poi a un progetto collettivo su storia e memoria.
Questo metodo — leggere, discutere in base all’esperienza, progettare azioni sperimentali — è un modello replicabile. Dà priorità all’apprendimento, al confronto rispettoso e alla generazione di evidenze pratiche. Nel processo di formazione di una identità comune, le comunità imparano insieme, falliscono insieme, correggono insieme. In questo senso, la democrazia sociale si esercita come disciplina quotidiana: consultazione sincera, ascolto, lavoro collettivo e valutazione. Queste pratiche creano fiducia e consentono di superare l’abitudine all’estraneità reciproca che alimenta l’altroing.
La dimensione intergenerazionale è un altro elemento chiave delle iniziative dal basso. Nei racconti emersi, gli anziani non sono esclusi ma partecipano, condividono sapere e testimonianze; i giovani non sono delegati ma protagonisti con spazi di responsabilità. Attraverso questa partecipazione piena, si costruiscono reti di mutuo riconoscimento che diventano la base concreta di una cittadinanza globale vissuta. Azioni quotidiane — lezioni per bambini, raccolte per la cura dell’ambiente, riparazioni di servizi pubblici — diventano così tecnologie sociali per forgiare quella identità umana condivisa che le parole da sole non possono creare.
Ruolo delle istituzioni e coerenza mezzi-fini
Perché le iniziative locali producano un cambiamento strutturale è necessario che le istituzioni assumano responsabilità e operino secondo principi coerenti. Il panel ha rimarcato la necessità che le istituzioni pubbliche e private diano risposte che siano non solo efficaci ma anche giuste, evitando di utilizzare mezzi contrari ai fini che si dichiarano perseguire. Un principio orientativo citato è: la coerenza tra mezzi e fini è indispensabile; non si può perseguire giustizia usando mezzi che deumanizzano altri individui.
A livello statale e politico ciò implica decisioni coraggiose: leggi che rimuovano discriminazioni sistemiche, politiche di riparazione quando giustificate, riforme del sistema educativo per includere una narrazione plurale della storia. Sul piano amministrativo, significa creare organismi partecipativi dove le comunità possano incidere davvero nelle decisioni che riguardano la loro vita quotidiana. Questi organismi devono essere progettati per favorire trasparenza, responsabilità e consultazione autentica, non come mere figure simboliche.
Infine, le istituzioni devono sostenere processi di apprendimento sociale continuativo. Investire in programmi che promuovono competenze civiche, capacità di consultazione e strumenti per la risoluzione non conflittuale delle controversie è fondamentale. Il racconto del quartiere che si mobilitò contro lo sversamento di acque reflue mostra che quando comunità organizzate, istituzioni locali e media collaborano, i risultati possono essere rapidi e significativi. Così, il ruolo delle istituzioni è quello di facilitare, proteggere e scalare i processi virtuosi che nascono dal basso, rendendo le pratiche locali parte di una più ampia trasformazione sociale.
Dall’adolescenza alla maturità: visione unificatrice per il futuro
Educazione e il Junior Youth Spiritual Empowerment Program
Una delle iniziative citate come eccellenza per la transizione collettiva è il Junior Youth Spiritual Empowerment Program, un curriculum ispirato al principio che l’età della prima adolescenza è un momento cruciale per lo sviluppo del senso di sé e del servizio. Questo programma punta su un’educazione integrale che unisce crescita spirituale e capacità pratiche per il miglioramento sociale. Nei racconti riportati, il programma non è solo formazione teorica: è una rete che incoraggia i giovani a praticare servizi concreti, a consultare, a creare attività culturali e ambientali che rafforzano il tessuto comunitario.
Educare i giovani a vedere sé stessi come parte di una famiglia umana significa fornire strumenti per la gestione dei conflitti, per l’empatia e per la partecipazione civica. È un’educazione che mira alla formazione del carattere oltre che all’acquisizione di competenze tecniche. In molte comunità, i junior youth che partecipano a questo tipo di programma si impegnano in progetti tangibili: pulizia degli spazi pubblici, cura degli anziani, iniziative artistiche che valorizzano tradizioni locali. Queste esperienze servono a sviluppare una mentalità di servizio e la capacità di cooperare con persone di background differenti.
Dal punto di vista della visione per la maturità collettiva, questi programmi dimostrano che un cambiamento sistemico è possibile se le generazioni più giovani vengono responsabilizzate e munite di strumenti. La loro partecipazione attiva produce un circolo virtuoso: i giovani contribuiscono concretamente al benessere comunitario, la comunità risponde con riconoscimento e opportunità; infine, questa dinamica rafforza l’idea di essere cittadini di un’unica famiglia umana. L’investimento educativo su questa fascia d’età si rivela quindi cruciale per la maturazione sociale su scala più ampia.
Demografia, leadership e la metafora della luce
Guardando al futuro demografico, il panel ha ricordato tendenze significative: in meno di un secolo la maggioranza della popolazione mondiale nascerà in Africa, con cambiamenti importanti nella composizione etnica e culturale dell’umanità. Questa prospettiva demografica pone una sfida e un’opportunità: ripensare le categorie di potere, leadership e rappresentanza in modo che riflettano la realtà futura. Per i relatori, c’è un invito a vedere in questo spostamento non una minaccia ma una possibile fonte di rinascita spirituale e culturale.
Una metafora evocativa emersa nel dialogo è quella del “pupillo dell’occhio”, dove la luce spirituale brilla attraverso coloro che per la storia sono stati posti ai margini. Trasformare una prospettiva di marginalità in una consapevolezza di centralità spirituale significa rinnovare il modo in cui la società attrae e valorizza il contributo di gruppi diversamente collocati nella storia. Questo richiede nuove pratiche di leadership inclusiva: leader capaci di ascoltare, di condividere potere e di promuovere processi consultivi autentici.
In prospettiva, la maturità collettiva si misurerà con la capacità di creare istituzioni che siano rappresentative e giuste, con politiche che distribuiscano opportunità e con una cultura pubblica che riconosca il valore di ogni persona. Questa trasformazione non è automatica: richiede impegno intenzionale per rimuovere barriere storiche, investire in istruzione, infrastrutture e salute, e coltivare un linguaggio di rispetto che cambi narrative arcaiche. La visione unificatrice dunque non è una semplice utopia ma un orizzonte che può essere costruito attraverso scelte strategiche, educazione e pratica quotidiana dell’unità.
Passi concreti: cosa possiamo fare domani
Invitare, pianificare, trasformare parole in azione
Un punto pratico e ripetuto è che l’azione collettiva efficace richiede piani. Parole belle e propositi morali devono tradursi in piani concreti, flessibili ma orientati a obiettivi misurabili. Invitarе le persone a partecipare è il primo passo: una cultura dell’invito abbatte barriere, interrompe l’isolamento e costruisce prossimità. Nel quotidiano, questo significa aprire spazi di incontro — semplici riunioni di preghiera e riflessione, circoli di studio, gruppi di servizio — che permettono alle persone di conoscersi e di individuare problemi reali da affrontare insieme.
Una buona pratica è trasformare i reclami in domande. Quando una comunità si trova ad affrontare una problematica, trasformare il lamento in una domanda concreta (“Come possiamo migliorare la qualità dell’acqua nel nostro quartiere?” piuttosto che “Perché l’acqua è così sporca?”) permette di costruire risposte e piani condivisi. Gli interventi funzionano se sono sostenuti da una diagnosi partecipata e da azioni iterative: sperimentare, riflettere, correggere. Questo approccio della scienza sociale e spirituale — fare, valutare, apprendere — è al cuore della metodologia proposta.

Dall’intenzione all’azione: una guida pratica bahá’í per costruire fiducia, promuovere il servizio e generare cambiamento collettivo
Infine, pianificare significa anche prevedere la resilienza: avere piani che possano sopportare imprevisti, che prevedano più scenari e che includano meccanismi di consultazione e riassetto in corsa. La saggezza comune ricorda che tutti hanno un piano fino a quando non ricevono un colpo imprevisto; la maturità sta nel mantenere l’intento e nell’adattare i mezzi. In termini pratici, ciò richiede formazione di leadership, strumenti di comunicazione con la comunità e reti di sostegno interistituzionali per sostenere progetti che nascono dal basso.
Piccoli gesti che creano onde
Non sottovalutare la potenza dei piccoli gesti: un saluto, l’interesse sincero per la vita di un vicino, l’invito a un incontro, la presenza costante in piccoli momenti di bisogno. Il panel ha ricordato storie semplici ma potentemente simboliche: salutare persone in strada, ascoltare i sogni dei giovani, offrire tempo. Queste pratiche costruiscono fiducia e modificano le percezioni. In contesti dove l’altroing è normalizzato, il gesto ripetuto di riconoscimento può cambiare la narrazione pubblica.
Pratiche quotidiane come organizzare una camminata di quartiere, ospitare una serata di studio tra vicini, o avviare un piccolo progetto di cura ambientale sono azioni che richiedono risorse limitate ma producono ritorni sociali significativi. Le comunità che hanno rivendicato diritti d’accesso a servizi essenziali lo hanno fatto spesso partendo da piccoli passi: documentare il problema, fare pressione civile rispettosa, usare i media locali per amplificare la richiesta e portare anziani e giovani insieme a testimoniare. Queste microazioni accumulano capitale sociale, elemento prezioso per la trasformazione su scala maggiore.
Inoltre, il comportamento linguistico quotidiano conta: scegliere parole che non riducono la dignità altrui, evitare termini caricati di stigma, educare all’ascolto e alla consultazione. Il vero cambiamento spesso avviene nella costanza di atteggiamenti semplici che diventano cultura. Come ha ricordato una partecipante: “Non posso credere a ciò che dici perché vedo ciò che fai” — una chiamata a tradurre i principi in pratiche coerenti, giorno dopo giorno.
Conclusione
La transizione dall’adolescenza collettiva alla maturità non è un’utopia astratta, ma un processo reale che prende forma attraverso scelte quotidiane, pratiche condivise e una visione più ampia dell’essere umano. Riconoscere l’anima come identità primaria, affrontare con giustizia le ferite storiche, investire nell’educazione delle nuove generazioni e costruire istituzioni coerenti con i fini che dichiarano di perseguire sono tutti passi concreti lungo questo cammino. L’unità, come è emerso dal dialogo al Parlamento, non è un ideale neutro o una formula retorica: è un principio operativo che richiede impegno, metodo e perseveranza.
In questo orizzonte, la pace non appare più come una meta irraggiungibile, ma come l’esito naturale di un’umanità che impara a riconoscersi come una sola famiglia. È proprio da questa consapevolezza che nasce l’invito a proseguire la riflessione con l’articolo “La pace è inevitabile: perché la grande pace mondiale è alla nostra portata”. Lì, l’idea che la pace è inevitabile non viene presentata come uno slogan ottimistico, ma come un cambio di prospettiva profondo: non si tratta di inseguire un ideale lontano, bensì di riconoscere un processo storico e spirituale già in atto. Anche di fronte a crisi, divisioni e conflitti, emergono segni dei tempi e principi di convivenza che indicano come ciascuno di noi possa contribuire, in modo consapevole e concreto, a rendere reale questa pace.
Continuare la lettura significa quindi ampliare lo sguardo: dalla pratica quotidiana dell’unità alla visione di una civiltà in trasformazione, nella quale la pace non è solo possibile, ma sempre più alla nostra portata.
