La conferenza online della professoressa Sonia Morano‑Foadi, intitolata “Migrazioni moderne: cause materiali e rimedi spirituali”, è ispirata al pensiero della Fede Bahá’í e offre un’analisi articolata delle cause e rimedi delle migrazioni. La relatrice, esperta di diritto dell’Unione Europea e migrazione, presenta un quadro che combina dati storici, legali e filosofici con una proposta spirituale per ripensare le politiche e le pratiche contemporanee. In questo articolo si sintetizzano i punti chiave della conferenza e si attinge ai passaggi più rilevanti del discorso della professoressa.
Cause strutturali delle migrazioni moderne: radici materiali e contesto storico
La professoressa Morano‑Foadi sottolinea che le cause e rimedi delle migrazioni devono essere comprese, in primo luogo, come esiti di processi strutturali e pluridecennali. Le migrazioni moderne non sono emergenze improvvise: sono il prodotto di disuguaglianze economiche, squilibri nello sviluppo, crisi ambientali, conflitti armati, urbanizzazione rapida, aspirazioni educative e di lavoro. A queste cause materiali si aggiunge l’eredità potente e persistente del colonialismo.
I confini tracciati artificialmente, le dipendenze economiche e le gerarchie politiche forgiate durante l’età coloniale hanno lasciato infrastrutture e sistemi economici che incentivano la mobilità in modi asimmetrici. Storicamente, la migrazione coloniale si intrecciava con il commercio transatlantico degli schiavi e con la costruzione dei mercati globali che hanno alimentato la rivoluzione industriale europea. La professoressa ricorda come capitali estratti dallo sfruttamento coloniale abbiano creato ricchezza e innovazione in Europa, accentuando divari che si riversano ancora oggi sulle dinamiche migratorie.
Dal punto di vista economico, la domanda di manodopera nei paesi industrializzati ha generato circuiti di migrazione regolati da esigenze produttive e da accordi bilaterali. Nel corso del XX secolo si sono susseguite politiche che prima favorivano flussi di lavoro (anni del boom economico, accordi per lavoratori) e poi li hanno limitati (crisi petrolifera degli anni Settanta, politiche più selettive). Parallelamente, sono nate risposte internazionali alle migrazioni forzate, come la Convenzione di Ginevra sui rifugiati, che tuttavia non copre tutte le forme di mobilità.
La globalizzazione ha poi trasformato le possibilità e i costi della mobilità: trasporti più economici, comunicazioni istantanee e trasferimenti di denaro hanno facilitato i contatti transnazionali e il mantenimento di legami familiari e sociali attraverso frontiere sempre più porose nella pratica.
È cruciale distinguere tipologie di cause: ci sono fattori di spinta (push), come povertà estrema, violenze, degrado ambientale, e fattori di attrazione (pull), come domanda di lavoro, reti migratorie, migliori opportunità educative. Questo modello push‑pull non è però esaustivo: intermedi e ostacoli (barriere economiche, politiche di visto, cooperazione tra stati) rimodellano i percorsi e producono fenomeni irregolari. La migrazione irregolare non è mai un semplice atto individuale: è l’esito di regimi migratori restrittivi che riducono le vie d’accesso legale.
Gli stati costruiscono categorie giuridiche che producono precarietà: lavoratori temporanei, richiedenti asilo, migranti irregolari. Qui l’analisi mostra una verità politica: molte forme di “illegalità” sono create e amministrate da norme statali e processi burocratici, non sono condizioni naturali.
Infine, guardare alle cause materiali richiede un approccio multilivello: politiche nazionali, cooperazione regionale, ruolo delle agenzie internazionali e attori non statali (ONG, aziende, comunità locali) influenzano i percorsi migratori. L’indagine della professoressa invita a non ridurre le migrazioni a emergenze: esse emergono da rapporti di potere storici, scelte economiche globali e politiche che spesso privilegiano l’esclusione.
Perciò, affrontare le cause e rimedi delle migrazioni significa intervenire tanto su politiche di sviluppo e ridistribuzione quanto su regimi normativi che garantiscano vie legali e protezione effettiva per i più vulnerabili.

Slide introduttiva della conferenza “Migrazioni moderne: cause materiali e rimedi spirituali” tenuta da Sonia Morano-Foadi.
Terra è un solo Paese: dimensione spirituale, identità umana e narrazione
La prospettiva presentata dalla conferenza pone la dimensione spirituale al centro della riflessione sulle cause e rimedi delle migrazioni. La citazione centrale di Bahá’u’lláh — “la terra è un solo paese e l’umanità i suoi cittadini” — rivoluziona la lettura politica della mobilità: se la casa comune è condivisa, la migrazione non è l’intrusione di “altri” ma il movimento di membri della stessa famiglia umana. Questo spostamento semantico richiede una trasformazione narrativa e morale: i migranti smettono di essere visti come problemi da contenere e diventano persone con dignità, diritti e ruoli costruttivi nelle società che li accolgono. La professoressa richiama inoltre Menandro — “sono un essere umano e nulla di ciò che è umano mi è estraneo” — per sottolineare l’appello universale all’empatia.
La dimensione spirituale non è proposta come alternativa alla politica concreta, ma come completamento indispensabile. La fede Bahá’í mette in evidenza principi che possono guidare istituzioni e pratiche: unità dell’umanità, giustizia come fondamento della pace, abolizione degli estremi di ricchezza e povertà, eliminazione dei pregiudizi e promozione dell’educazione integrale. Applicare questi principi significa ripensare le priorità delle politiche migratorie: non solo controllo e rimpatri, ma inclusione, riconoscimento dei talenti, formazione e partecipazione civica. Se la cittadinanza primaria è quella umana, le misure di accoglienza diventano obblighi reciproci, e l’integrazione non è gesto caritatevole ma dovere di giustizia.
Accogliere questa visione implica modificare la narrativa pubblica: smettere di associare automaticamente la migrazione alla criminalità o alla perdita culturale. La retorica dominante, spesso permeata di xenofobia e paure securitarie, produce pratiche che marginalizzano intere categorie. La proposta spirituale suggerisce invece pratiche che valorizzino la complementarità tra culture, promuovano legami sociali forti e incoraggino la corresponsabilità globale. Da un punto di vista operativo, ciò può tradursi in politiche volte all’eliminazione dei pregiudizi, alla creazione di canali legali più ampi, al riconoscimento delle qualifiche e alla promozione di programmi che favoriscano la partecipazione dei migranti alla vita economica e civile.
Inoltre, la dimensione spirituale legittima responsabilità collettive: lo Stato non è l’unico attore chiamato all’azione. Comunità religiose, società civile e istituzioni educative hanno un ruolo nel coltivare valori di solidarietà e nella costruzione di reti di accoglienza. La visione proposta dalla conferenza invita a guardare alla migrazione come occasione di crescita reciproca: le società ospitanti possono trarre benefici culturali, economici e morali dall’incontro con persone provenienti da contesti diversi. In conclusione, integrare la dimensione spirituale alle analisi materiali non significa banalizzare cause strutturali; significa piuttosto offrire una bussola valoriale per orientare politiche giuste, inclusive e lungimiranti.

Citazioni spirituali ispirate alla conferenza “Migrazioni moderne” che guidano il dibattito su migrazione e umanità condivisa.
Governance, securitizzazione e dati: rotte, numeri e politiche contemporanee
La governance della migrazione è multilivello e policentrica: stati, agenzie internazionali, città, ONG, imprese e comunità locali partecipano alla gestione dei flussi. La professoressa evidenzia come questa complessità renda le risposte frammentarie e spesso incoerenti. Negli ultimi decenni la securitizzazione ha marcato profondamente le politiche migratorie: controlli alle frontiere, detenzioni, respingimenti e misure eccezionali sono diventati strumenti prevalenti. Tale approccio confonde migrazione regolare e minaccia alla sicurezza e oscura le cause strutturali. La convergenza tra diritto penale e diritto dell’immigrazione — definita “crimmigrazione” — ha prodotto una distopia normativa in cui comportamenti migratori vengono trattati come reati e la cittadinanza diventa criteri di esclusione.
I dati presentati dalla relatrice mostrano che i flussi verso l’Unione Europea si concentrano su alcune rotte: Mediterraneo centrale (arrivi in Italia e a Malta, spesso via Libia e Tunisia), Mediterraneo orientale (arrivi in Grecia, Cipro, Bulgaria) e Mediterraneo occidentale (arrivi in Spagna, incluse Ceuta e Melilla). Negli ultimi anni le nazionalità più presenti nei flussi irregolari verso l’Europa includono Bangladesh, Egitto, Afghanistan, Mali, Sudan, Eritrea, Algeria, Pakistan, Somalia e Siria. Un elemento importante sottolineato è che i numeri, pur oggetto di forti controversie mediatiche, non giustificano la costruzione di una crisi permanente: fino al primo settembre 2025 l’Unione Europea ha registrato circa 97.390 arrivi irregolari, una cifra che appare contenuta rispetto alla popolazione totale dell’UE. Tuttavia il dato non deve essere banalizzato: ogni arrivo rappresenta persone con storie complesse e spesso vulnerabilità gravi.
La governance attuale risponde con misure di controllo esterne e accordi esternalizzanti, che delegano responsabilità a paesi terzi e spesso producono ulteriori vulnerabilità. Le carenze nei regimi di rimpatrio e nel sistema di gestione delle domande d’asilo hanno anche alimentato tensioni politiche interne e la crescita di forze populiste. La sfida è quindi duplice: migliorare l’efficacia dei regimi di protezione e creare percorsi legali e sicuri che riducano l’attrattiva delle vie irregolari. Sono necessari strumenti di cooperazione regionale, investimenti in sviluppo locale e canali umanitari e lavorativi che siano strutturali, non episodici.
Al livello normativo, gli Stati si basano su principi consolidati come la territorialità e il non intervento, che legittimano il controllo delle frontiere. Tuttavia tali principi coesistono con obblighi internazionali di protezione dei vulnerabili. La governance ottimale dovrebbe dunque contemperare la sovranità statale con la protezione dei diritti fondamentali e la solidarietà internazionale. Questo richiede trasparenza, meccanismi di responsabilità e pratiche fondate su diritti, non solo su sicurezza. Infine, la gestione della migrazione implica anche il riconoscimento che molte soluzioni richiedono tempo e cooperazione: regolarizzazioni, programmi di integrazione, riconoscimento delle qualifiche e politiche attive del lavoro sono strumenti che, se ben progettati, possono trasformare la mobilità in risorsa.

La globalizzazione ha trasformato le migrazioni: opportunità e securitizzazione a confronto.
Tipologie di mobilità e fattori di spinta/attrazione: categorizzare per governare meglio
La conferenza distingue chiaramente molte tipologie di mobilità: mobilità circolare (spostamenti multipli e ritornanti), migrazione stagionale o ciclica, migrazione a breve termine (3‑12 mesi per lavoro o studio) e migrazione a lungo termine (stabilizzazione residenziale oltre un anno). Si fanno anche distinzioni motivazionali tra migrazione volontaria (lavoro, studio), migrazione forzata (rifugiati, sfollati, migranti ambientali) e migrazione interna (rurale‑urbana). Per ogni categoria esistono regimi giuridici distinti: rifugiati, richiedenti asilo, lavoratori qualificati o non qualificati, vittime di tratta, lavoratori stagionali. Comprendere queste differenze è fondamentale per disegnare politiche adeguate che rispondano a bisogni specifici e non applichino soluzioni uniche a realtà eterogenee.
Le leggi classiche della migrazione, già studiate da Ravenstein alla fine del XIX secolo, restano utili per spiegare alcuni schemi ricorrenti: prevale la mobilità a breve distanza; la responsabilità economica e le opportunità locali guidano molti spostamenti; i giovani sono spesso più inclini alla migrazione internazionale; le dinamiche migratorie sono legate allo sviluppo industriale e alle reti sociali. Tuttavia le condizioni odierne introducono nuovi elementi: interventi tecnologici, costi dei viaggi, accesso alle informazioni e normative internazionali che modulano le scelte individuali. I fattori di spinta (povertà, conflitti, catastrofi ambientali) e di attrazione (mercati del lavoro, libertà, reti familiari) agiscono insieme lungo percorsi che incontrano ostacoli intermedi (barriere geografiche, economiche, culturali) e opportunità intermedie (lavoro temporaneo, matrimonio, ricongiungimento).
La categorizzazione ha una funzione pratica: permette di disegnare strumenti adeguati. Per esempio, la migrazione stagionale richiede programmi di protezione del lavoro e diritti sociali temporanei; la migrazione circolare può essere valorizzata con sistemi di riconoscimento delle competenze e sostegni al rientro; la migrazione forzata impone procedure di protezione e integrazione; la migrazione a lungo termine richiede politiche abitative, accesso al mercato del lavoro e percorsi di cittadinanza. Inoltre, è essenziale considerare le rimesse e gli effetti che la mobilità produce nei paesi d’origine: le rimesse contribuiscono spesso al miglioramento dei mezzi di sussistenza e hanno implicazioni per lo sviluppo locale, ma non sostituiscono politiche strutturali di investimento e welfare.
In questo contesto, le cause e rimedi delle migrazioni devono tenere conto delle interazioni fra categorie. Una politica efficace combina canali legali ampi per i lavoratori, programmi di protezione per i vulnerabili, incentivi al ritorno e al reinvestimento e programmi di formazione che valorizzino il capitale umano dei migranti. La semplificazione normativa e la creazione di vie legali possono ridurre le dinamiche irregolari e consentire alle comunità di trarre beneficio dalla mobilità. Infine, la pianificazione territoriale e le politiche locali sono spesso strumenti chiave per governare l’arrivo e l’integrazione, poiché le città e le regioni sono i luoghi concreti dell’incontro.

Schema visivo delle diverse forme di migrazione, presentato nella conferenza di Sonia Morano-Foadi.
Illegalità, frontiere aperte e dibattito morale: argomentazioni teoriche
La conferenza esplora il dibattito teorico intorno alla legittimità delle frontiere e al concetto di illegalità. La posizione tradizionale, radicata nel diritto internazionale, riconosce agli Stati ampio margine di regolazione dell’ingresso. Tuttavia la tesi critica sostenuta dalla professoressa è che molte forme di illegalità siano prodotte dai sistemi statali stessi, attraverso norme e classificazioni che mantengono i migranti in condizioni di vulnerabilità utili al capitalismo globale. Due filoni di critica filosofica emergono: i teorici delle frontiere aperte e una linea intermedia di obblighi morali degli Stati ricchi.
I teorici delle frontiere aperte, come Joseph Carens, sostengono che la libertà di movimento internazionale dovrebbe essere considerata una libertà fondamentale e che le restrizioni attuali violino i principi di uguaglianza liberale. Limitare la mobilità in assenza di una redistribuzione adeguata delle risorse significa cementare disuguaglianze generate dallo stato di nascita. Le frontiere aperte, secondo questa visione, accrescono autonomia e opportunità, offrendo rimedi più efficaci degli aiuti esteri. Le critiche rivolte a questa tesi sostengono che le frontiere aperte possano avere effetti pratici inattesi: esacerbare disuguaglianze, favorire la fuga di cervelli o risultare politicamente impraticabili senza meccanismi di solidarietà e redistribuzione.
Una via intermedia afferma invece che, sebbene la libertà di movimento non sia universalmente riconosciuta come diritto fondamentale, gli Stati ricchi hanno obblighi maggiori di ammettere migranti quando ciò serve a riparare danni causati da azioni storiche o contemporanee, o quando l’ammissione rappresenta il modo più efficace per alleviare la povertà. Questa posizione combina elementi di giustizia distributiva, obblighi di riparazione e doveri umanitari.
Nel dibattito pratico, la professoressa richiama la necessità di ripensare la nozione di illegalità: non come anomalia da eradicare, ma come realtà strutturale da gestire con strumenti di regolarizzazione e politiche che non depauperino i diritti. Le politiche di esclusione e criminalizzazione hanno effetti sociali profondi: creano popolazioni marginali, ostacolano l’integrazione e alimentano sentimenti di esclusione. Perciò, uno dei rimedi materiali e normativi consiste nell’ampliare la possibilità di regolarizzazione, creare vie di accesso legale per i lavoratori e garantire l’esercizio dei diritti fondamentali a prescindere dallo status migratorio. Solo così si supera la logica punitiva e si apre spazio per politiche che guardino a lungo termine e alla coesione sociale.

Teorie politiche e morali sulle migrazioni: diritti, frontiere e obblighi degli Stati.
Rimedi spirituali e proposte Baha’i: unità, giustizia economica ed educazione
La proposta finale della conferenza unisce rimedi materiali e spirituali. I principi Bahá’í offrono linee guida operative: l’unità dell’umanità come base normativa; la cittadinanza planetaria come obiettivo politico; la giustizia economica e l’eliminazione degli estremi di ricchezza e povertà come condizioni necessarie per ridurre le migrazioni forzate. Questi rimedi non sostituiscono interventi concreti: infrastrutture, investimenti, programmi educativi, canali legali e cooperazione internazionale restano indispensabili. Ma la dimensione spirituale fornisce una visione che orienta le priorità, promuove il superamento dei pregiudizi e alimenta la corresponsabilità globale.
In particolare la professoressa indica alcune linee operative: politiche che promuovano la circolazione più libera in un ordine mondiale giusto e regolato; investimenti mirati all’educazione per valorizzare il potenziale umano; programmi di integrazione che riconoscano i talenti dei migranti; iniziative di ridistribuzione che affrontino le radici economiche delle migrazioni forzate. La Casa Universale di Giustizia, citata nella conferenza, immagina un futuro in cui flusso di beni e persone sarà più libero e regolato da istituzioni giuste e inclusive. Per realizzare questo orizzonte serve una trasformazione multilivello: dalle comunità locali fino alle istituzioni globali.
Il superamento dei pregiudizi è un altro pilastro: promuovere relazioni forti tra persone di estrazioni differenti, educare alla verità e alla ricerca sincera, contrastare narrazioni xenofobe. La giustizia economica, come valore spirituale, richiede misure concrete: politiche fiscali e sociali che riducano gli estremi di ricchezza e povertà, investimenti in sviluppo sostenibile e programmi che incentivino il trasferimento di conoscenze e tecnologie verso i paesi di origine. L’educazione, infine, è vista come il mezzo per rivelare il potenziale umano: formare cittadini capaci di partecipare, innovare e costruire società più coese.
Concludendo, la conferenza propone che le cause e rimedi delle migrazioni non siano affrontati solo con misure tecnocratiche. È necessaria una combinazione di azioni pratiche (canali legali, regolarizzazioni, cooperazione economica) e una trasformazione valoriale che ponga l’unità e la giustizia al centro. La migrazione può così diventare un motore di coesione e prosperità globale, se le società sanno integrare rimedi materiali e spirituali in strategie condivise e lungimiranti.

La proposta bahá’í: trasformare la migrazione in opportunità per una civiltà giusta e unita.
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