Nel contesto del seminario organizzato dall’Association for Bahá’í Studies UK a Edimburgo il 20 settembre 2025, ABS UK ha pubblicato un intervento di Maximillian Afnan, ricercatore post-dottorato alla London School of Economics, intitolato Introducing the Promise of World Peace. In questo articolo si riassumono e si approfondiscono le idee chiave esposte dal relatore sul documento pubblicato nel 1985 dalla Casa Universale di Giustizia e sul suo significato per la costruzione della pace mondiale oggi.

Contesto storico e significato del documento del 1985

Afnan contestualizza la pubblicazione della Promessa della Pace Mondiale nel quadro dell’ultimo decennio della Guerra Fredda e dell’Anno Internazionale della Pace proclamato dalle Nazioni Unite nel 1986. Ricorda come la Casa Universale di Giustizia, nel 1985, rivolgesse per la prima volta dalla sua istituzione (1963) un messaggio diretto al pubblico mondiale, offrendo una diagnosi sulle condizioni globali e proponendo prerequisiti concreti per una pace duratura.

 

Il relatore sottolinea che il documento si inscrive in una tradizione che risale a Bahá’u’lláh e a ‘Abdu’l-Bahá: già nel XIX secolo venivano rivolti ai governanti appelli a ridurre gli armamenti, governare nell’interesse dei poveri e consultare i popoli. Questa continuità storica rende la promessa di pace al tempo stesso erede di un insegnamento e intervento specifico in un momento critico della storia.

Riformulare il discorso sulla pace: oltre il disarmo

Una delle principali contribuzioni identificate da Afnan è la capacità del documento di elevare la discussione sulla pace a livello di principio spirituale, spostando l’attenzione dal solo disarmo nucleare a trasformazioni profonde dei valori e delle strutture sociali. Come afferma il relatore, la Promessa della Pace Mondiale distingue “tra pragmatici accordi politici e trasformazione fondamentale”.

L’abolizione della guerra non è una mera faccenda di firme di trattati e protocolli: è piuttosto un compito complesso che esige nuovi livelli nell’impegno di risolvere questioni che di solito non vengono associate alla ricerca della pace.

In questa prospettiva, misure tecniche come il divieto di armi specifiche sono importanti ma insufficienti di per sé.

Azioni come mettere al bando gli ordigni nucleari, proibire l’uso di gas venefici o interdire la guerra batteriologica non elimineranno alle radici le cause della guerra. Queste misure pratiche, pur essendo ovviamente elementi importanti nel cammino della pace, sono tuttavia in sé ancora troppo superficiali per esercitare un’influenza durevole. Gli uomini sono sufficientemente ingegnosi per inventare altre forme di conflitto, e quindi usare il cibo, le materie prime, la finanza, il potere industriale, l’ideologia e il terrorismo per combattersi a vicenda in un’interminabile caccia alla supremazia e al dominio.

Questa analisi porta al nucleo dell’argomentazione: per avanzare verso la pace mondiale è necessario affrontare cause strutturali e culturali profonde.

La contraddizione paralizzante e la natura umana

Afnan riporta la diagnosi centrale della Casa Universale di Giustizia su ciò che definisce una «contraddizione paralizzante» nei rapporti umani: da un lato un forte desiderio di pace; dall’altro, un’accettazione non critica dell’idea che gli esseri umani siano incorrigibilmente egoisti e aggressivi.

Da un lato, donne e uomini di tutte le nazioni proclamano non solo la loro disponibilità, ma anche il loro desiderio di pace e armonia e di porre fine alle strazianti inquietudini che affliggono l’esistenza quotidiana.

D’altro lato, tuttavia, si sanziona in modo acritico l’asserzione secondo cui l’essere umano, inguaribilmente egoista e aggressivo, è incapace di edificare un sistema sociale ad un tempo progressivo e pacifico…

Secondo Afnan, se questa rappresentazione dell’uomo rimane dominante, diventa razionale costruire identità basate sulla diffidenza e sulla difesa del proprio «noi», rendendo la pace un obiettivo auto-sabotato. La soluzione richiede dunque una rivalutazione delle ipotesi fondamentali sulla natura umana.

Copertina del libro Bahá’í “La Promessa della Pace Mondiale” davanti al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite e bandiere internazionali.

Il libro Bahá’í “La Promessa della Pace Mondiale” davanti alla sede ONU: spiritualità e diplomazia per l’unità globale.

Religione, ideologie materiali e necessità di una visione integrata

Il documento affronta anche la relazione tra religione e pace. Pur riconoscendo che la deformazione della religione ha alimentato conflitti, la Casa Universale di Giustizia afferma che “Nessun serio tentativo di indirizzare nel senso giusto le faccende umane e di ottenere la pace mondiale può ignorare la religione” Afnan osserva come questa posizione sfidi l’assunto secondo cui la religione sarebbe irrilevante o ostile alla pace.

Nessun serio tentativo di indirizzare nel senso giusto le faccende umane e di ottenere la pace mondiale può ignorare la religione.

Il relatore critica inoltre le ideologie materialiste — tanto quelle che deificano lo Stato quanto quelle che si affidano esclusivamente al mercato — sostenendo che esse condividono la «glorificazione delle cose materiali» e una visione dell’uomo come essere fondamentalmente materiale, il che favorisce concezioni della società incentrate sul conflitto.

 

Prerequisiti concreti per la pace mondiale

La Promessa della Pace Mondiale elenca poi requisiti pratici e sociali per la pace:

  • eliminazione del razzismo
  • giustizia economica
  • istruzione universale
  • cittadinanza mondiale e superamento del nazionalismo sfrenato
  • riconciliazione tra le religioni
  • uguaglianza di genere
  • una lingua ausiliaria internazionale

Istituzioni globali e processo consultivo

Afnan riporta che la Casa Universale di Giustizia propone una ristrutturazione complessiva della governance mondiale: un possibile super-stato mondiale con un esecutivo internazionale, un parlamento mondiale eletto democraticamente e un tribunale globale vincolante. Ma sottolinea anche che tali cambiamenti istituzionali devono essere accompagnati da un processo consultivo che coinvolga progressivamente tutta l’umanità — fino a una vasta assemblea mondiale descritta negli scritti di Bahá’u’lláh.

La proposta coniuga leadership politica e partecipazione popolare: la costruzione della pace mondiale richiede sia istituzioni che processi culturali e spirituali di trasformazione.

Impatto del documento e apprendimento comunitario

Il messaggio del 1985 fu ampiamente distribuito — consegnato a circa 200 capi di Stato e in milioni di copie — e produsse effetti sia sul piano internazionale sia all’interno della comunità bahá’í. Afnan spiega come la campagna di diffusione abbia trasformato il modo in cui le comunità bahá’í dialogano con la società: dall’annuncio dei principi della fede a conversazioni sostenute su come applicare quegli insegnamenti alle condizioni mondiali contemporanee.

L’esperienza della comunità bahá’í può essere considerata un esempio di questa crescente unità. […] La sua esistenza è un’altra convincente prova della concretezza della visione che il suo Fondatore aveva di un mondo unito.

Rilevanza contemporanea: crisi d’identità e speranza

Afnan richiama la riflessione più recente della Casa Universale di Giustizia, la lettera sul tema della pace universale del gennaio 2019, la quale afferma che l’umanità è afflitta da una «crisi d’identità»: nuove divisioni e polarizzazioni indicano che il periodo di opportunità emerso negli anni ’90 non è stato pienamente sfruttato. Molti dei prerequisiti individuati quarant’anni fa rimangono oggi sfide cruciali — dalla giustizia economica alla tolleranza religiosa — che richiedono impegno rinnovato.

Tuttavia, il tono del documento e dell’intervento di Afnan è fondamentalmente speranzoso: “la pace mondiale non solo è possibile, è inevitaible.” Questa convinzione motiva l’idea che la comunità bahá’í debba essere un «esperimento vivente», offrendo prove empiriche che è possibile educare le nuove generazioni senza pregiudizi, praticare l’uguaglianza di genere e governare in modo non avversariale e orientato al servizio.

La pace mondiale non solo è possibile, è inevitabile.

Persone riunite in cerchio per studio e discussione presso l’Associazione per gli Studi Bahá’í nel Regno Unito, in un contesto di dialogo e apprendimento collaborativo.

Momenti di studio e dialogo presso l’Associazione per gli Studi Bahá’í nel Regno Unito, promuovendo l’unità attraverso l’apprendimento e la consultazione.

Conclusione: dalla diagnosi all’azione

Il contributo di Maximillian Afnan al seminario sottolinea che la costruzione della pace mondiale richiede uno sforzo integrato: rivedere le assunzioni sulla natura umana, riformare istituzioni globali, coltivare valori spirituali e praticare nella vita quotidiana quei principi che rendono possibile la convivenza armoniosa. La Promessa della Pace Mondiale rimane una risorsa critica per chiunque cerchi non solo di criticare la situazione attuale, ma di progettare e sperimentare alternative praticabili.

Il seminario di Edimburgo organizzato dall’Association for Baha’i Studies UK e il lavoro continuo delle comunità bahá’í attorno al mondo invitano a considerare la pace mondiale come un percorso che combina speranza e impegno pratico: una sfida che richiede trasformazione personale, educativa e istituzionale.