Sveliamo la drammatica e dolorosa continuità della persecuzione subita dalle donne Bahá’í in Iran. Non si tratta di episodi isolati, ma di una storia di resistenza che affonda le radici nel XIX secolo, simboleggiata dal coraggio della poetessa Táhirih nel 1848, che pagò con la vita la sua sfida contro l’ingiustizia e il sessismo. Quella che è iniziata come aperta intolleranza religiosa si è evoluta in una repressione sistematica e istituzionalizzata, cementata dal politiche governative, che ha di fatto reso l’esclusione sociale una politica di Stato.

Oggi, le donne Bahá’í affrontano una “duplice persecuzione” per la loro fede e il loro genere, un attacco mirato che le vede colpite in modo sproporzionato: i dati recenti (2021-2025) indicano un’escalation allarmante, con due terzi dei prigionieri Bahá’í costituiti da donne (a metà del 2024). Questo sistema repressivo nega loro l’istruzione, il lavoro e i diritti civili, una politica talmente grave da essere qualificata da Human Rights Watch come potenziale “crimine contro l’umanità”. La memoria di figure come Mahvash Sabet e Fariba Kamalabadi incarna la resilienza in un contesto di privazione totale. Questo report è un appello urgente alla coscienza globale.

Origini di una lotta

Origini e primi segni di una persecuzione radicata

Il tema della persecuzione delle donne baha’i in Iran è tanto antico quanto doloroso. La persecuzione delle donne baha’i in Iran affonda le sue radici nel XIX secolo, in un contesto sociale in cui alle donne non era permesso parlare in pubblico. Una figura emblematica di questa storia è la poetessa nota come Táhirih, che nel 1848 salì su un palco davanti a un’assemblea maschile e si tolse il velo in segno di protesta contro un sistema ingiusto e sessista. La sua frase, tradotta, fu: “Potete uccidermi quanto volete, ma non potrete fermare l’emancipazione delle donne.” Subito dopo fu strangolata con lo stesso velo che aveva tolto. Questo episodio sintetizza l’origine della persecuzione delle donne baha’i in Iran: una violenza che nasce dall’intolleranza religiosa e dal controllo dei ruoli di genere, che colpisce direttamente chi sfida norme sociali e desidera uguaglianza.

Da allora la persecuzione delle donne baha’i in Iran si è manifestata in molte forme: fisiche, legali, sociali ed economiche. La comunità baha’i è nata in Persia nella metà del XIX secolo e oggi rappresenta la più grande minoranza non musulmana del Paese. Fin dalla sua fondazione è stata oggetto di ostracismo e attacchi, spesso motivati dalla combinazione di pregiudizi religiosi e di struttura patriarcale. La storia delle donne baha’i è quindi una storia di coraggio alternata a continue privazioni dei diritti fondamentali.

Due volti femminili velati, circondati da filo spinato e catene spezzate, simboleggiano le origini della persecuzione delle donne Bahá’í in Iran nel XIX secolo

Dalle catene alla coscienza: le radici storiche della persecuzione delle donne Bahá’í

È importante ricordare che la persecuzione delle donne baha’i in Iran non è isolata: si inserisce in un quadro più ampio di repressione contro minoranze religiose e contro chiunque scelga libertà di coscienza. Comprendere le origini storiche aiuta a leggere le dinamiche attuali: ciò che è cominciato come violenza aperta e spettacolare si è trasformato, nel corso del tempo, in una persecuzione metodica e istituzionalizzata. Per questo motivo la memoria di Táhirih e di altre donne coraggiose mantiene un valore simbolico enorme per chi oggi denuncia e resiste alla persecuzione delle donne baha’i in Iran.

Il Convegno del 5 novembre 2025: quadro e finalità

Il 5 novembre 2025, dalle 15.00 alle 19.00, presso la Sala Zuccari del Senato della Repubblica, si è svolto un convegno promosso dalla senatrice Valeria Valente (PD) in collaborazione con il Centro Studi sulla Libertà di Religione Credo e Coscienza (LIREC). L’appuntamento ha posto al centro un fenomeno multiforme e globale: la persecuzione che colpisce comunità religiose e spirituali minoritarie, ma anche persone e gruppi che scelgono di non credere e di vivere secondo coscienza, spesso repressi con ingiuste detenzioni e violenze. Nel quadro sono state richiamate anche le criticità presenti in Italia, dove permangono discriminazioni e violazioni della libertà religiosa. In questo contesto, Céline Gherardini, Responsabile dell’Ufficio Affari Esterni della Comunità Bahá’í d’Italia, ha presentato l’intervento “La duplice persecuzione delle donne Bahá’í in Iran”, offrendo una lettura documentata e attuale del tema.

Dopo i saluti istituzionali della senatrice Valente, l’introduzione ai lavori è stata affidata a Pietro Nocita (Presidente onorario LIREC), Raffaella Di Marzio (Direttrice LIREC) e Anna Nardini (Comitato Scientifico LIREC). Il programma ha raccolto interventi di esponenti istituzionali, giuristi, docenti, responsabili di associazioni ed esponenti di comunità religiose minoritarie, articolati in tre tavole rotonde: la persecuzione come fenomeno globale e multiforme; il ruolo e la condizione delle donne in contesti di guerra e persecuzione; testimonianze da Cina, Pakistan, Giappone, Iran e altre nazioni, con un’attenzione specifica alla persecuzione religiosa di genere.

 

Numerose testimonianze, pervenute al Centro Studi da donne e uomini credenti e non credenti provenienti da diversi contesti culturali, hanno offerto uno sguardo concreto sulla realtà delle violazioni. Il convegno è stato così un’occasione privilegiata per informare in modo adeguato, accrescere la consapevolezza pubblica e favorire un’azione propositiva e concreta a tutela dei diritti umani, ovunque questi vengano minacciati.

Le persecuzioni di Stato

La repressione sistematica negli anni Ottanta

Dopo la Rivoluzione islamica del 1979 la persecuzione delle donne baha’i in Iran divenne parte di un progetto di repressione sistematica più ampio contro la comunità baha’i. Nei primi dieci anni successivi alla rivoluzione furono eseguite oltre 200 condanne a morte, molte persone vennero torturate e centinaia furono imprigionate. L’intero apparato amministrativo baha’i fu dichiarato illegale: gli organi amministrativi eletti della comunità furono sciolti, migliaia di baha’i persero il lavoro, l’accesso all’istruzione e furono espropriati dei loro beni. Questa persecuzione non faceva differenza di età o classe sociale: uomini, donne, giovani e anziani furono colpiti, ma le donne affrontarono criticità specifiche e aggravate dalla doppia discriminazione di genere e di fede.

Uno degli episodi più atroci e simbolici di quel periodo è quanto avvenuto a Shiraz il 18 giugno 1983. Dieci donne baha’i, arrestate tra ottobre e novembre 1982, furono sottoposte a processi sommari e a trattamenti atroci, private del diritto a una difesa legale e condannate a morte. Furono giustiziate una per una, in una procedura organizzata in modo da tentare di indurre le più giovani a rinunciare alla loro fede per salvare la vita. La più giovane tra loro aveva 17 anni. Nessuna rinunciò, e tutte furono impiccate nella stessa notte. Questo episodio scatenò indignazione internazionale e portò a una prima ondata di proteste e richieste di intervento. Le pressioni internazionali ebbero un effetto: i massacri di massa cessarono in parte negli anni Ottanta. Tuttavia la persecuzione proseguì, mutando forma e linguaggio.

Due donne Bahá’í bendate con simboli di conoscenza e spiritualità, circondate da spine e ali spezzate, a rappresentare la persecuzione politica di Stato in Iran

Repressione istituzionale contro le donne Bahá’í: fede, istruzione e libertà sotto attacco

La repressione dopo la rivoluzione divenne così più sottile ma non meno sistematica. Le esecuzioni furono seguite da una strategia amministrativa e legale che cercò di cancellare i diritti dei baha’i dalla vita pubblica. Le donne baha’i furono colpite in modo mirato: rimosse dagli impieghi pubblici, escluse dalle opportunità educative, isolate socialmente. Questa combinazione di attacchi aperti e di misure strutturali ha reso la persecuzione più difficile da documentare e contrastare, ma non per questo meno devastante. Ancora oggi la memoria di quegli anni rimane centrale per comprendere la persistente ostilità istituzionale nei confronti della comunità baha’i e, in particolare, della condizione delle donne baha’i in Iran.

Conseguenze sociali ed economiche per le vittime

Le conseguenze della persecuzione delle donne baha’i in Iran dopo la Rivoluzione sono profonde e durature. Sul piano economico molte donne baha’i furono licenziate dal lavoro pubblico e private di accesso alle professioni, con il risultato che intere famiglie persero la loro fonte di sostentamento. Le restrizioni all’imprenditoria privata, il divieto di accedere a posizioni di influenza e la diffusa discriminazione hanno reso difficile guadagnarsi da vivere in modo dignitoso. Queste misure hanno generato povertà, marginalizzazione economica e una dipendenza aumentata da reti di solidarietà informali.

Sul piano sociale la persecuzione ha avuto l’effetto di isolare le donne baha’i: soggette a stigma, sorveglianza e ostracismo, molte sono state costrette a limitare le proprie attività pubbliche, a rinunciare a percorsi di studio o carriera e a vivere in una condizione di continua vulnerabilità. L’accesso negato all’istruzione è una ferita profonda: giovani donne baha’i private di universitá o percorsi formativi hanno visto compromesso il loro futuro professionale, contribuendo a una perdita di opportunità intergenerazionale.

Sul piano familiare la persecuzione ha diviso nuclei e creato traumi. Molte donne incarcerate sono madri di figli piccoli, e le separazioni forzate hanno inciso gravemente sul benessere familiare. Le politiche deliberate che attaccano le madri mirano a spezzare la trasmissione di valori come l’uguaglianza e l’educazione, provocando una frattura nella continuità culturale della comunità baha’i. In sintesi, la persecuzione delle donne baha’i in Iran non è solo violenza fisica o legale: è un progetto di esclusione che mira a cancellare diritti civili, sociali ed economici, e le sue conseguenze si trasmettono di generazione in generazione.

Il “memorandum Khamenei” del 1991

Contenuto e impatto del memorandum

Il cosiddetto memorandum Khamenei del 1991 rappresenta uno dei documenti più inquietanti nella storia della persecuzione delle donne baha’i in Iran. In questo memorandum, diventato di pubblico dominio nel 1993 dopo essere stato reso noto alle Nazioni Unite, sono delineate linee guida chiare e sistematiche per l’approccio statale alla comunità baha’i. Il documento stabilisce che le relazioni del governo con i baha’i devono essere tali da bloccarne il progresso e lo sviluppo. Tra altre indicazioni si afferma che i baha’i debbano essere espulsi dalle università, esclusi dalle cariche pubbliche e dalle posizioni di influenza, e che debba essere messo in atto un piano per distruggere le loro radici culturali anche all’estero. Si tratta di un raro esempio in cui la persecuzione di una minoranza religiosa è sancita apertamente come politica statale.

Le implicazioni di questo memorandum sulla persecuzione delle donne baha’i in Iran sono evidenti. Non si tratta solo di pratiche discriminatorie sporadiche, ma di una strategia organica finalizzata all’esclusione sistematica. Per le donne baha’i, la portata del memorandum va oltre le misure generali: poiché il regime teme in particolare l’educazione delle donne e la loro capacità di trasmettere valori di uguaglianza alle generazioni future, le linee guida del memorandum hanno di fatto sancito una doppia condanna. L’esclusione dall’università e dall’impiego pubblico ha avuto effetto immediato sulla condizione femminile nella comunità baha’i: giovani donne sono state bloccate nei loro percorsi formativi e professionali, madri sono state private di risorse economiche e di ruolo nella società, e la capacità della comunità di ricostruirsi è stata gravemente compromessa.

Il memorandum, rimanendo in vigore, ha fornito una base legale e amministrativa perché le autorità locali potessero giustificare licenziamenti, negazioni di iscrizioni universitarie, sequestri di proprietà e altri abusi. Anche se le esecuzioni sommarie degli anni Ottanta diminuirono in seguito alle pressioni internazionali, la persecuzione ha continuato a evolversi in forme più sottili ma pervasive, guidata da quell’orientamento strategico sancito nel 1991. Il risultato è una persecuzione che parte dall’infanzia e arriva fino alla morte, negando alle donne baha’i diritti fondamentali in ogni fase della vita.

Il memorandum come modello di politica repressiva

Comprendere il memorandum Khamenei significa anche riconoscere come esso abbia funzionato da modello per pratiche repressive più ampie. Il documento ha offerto un manuale operativo che ha legittimato tattiche di esclusione sociale, economica e culturale che sono state poi replicate e adattate nel tempo. Per la persecuzione delle donne baha’i in Iran, il memorandum ha rappresentato una dichiarazione di intenti: non solo neutralizzare la comunità baha’i, ma impedirne la resilienza culturale e la continuità educativa.

Nel tempo, le strategie nate da quel memorandum sono state applicate non solo ai baha’i ma anche ad altri gruppi ritenuti pericolosi dal regime. Le tecniche utilizzate — esclusione dall’istruzione superiore, blocco all’impiego pubblico, pressione economica, restrizioni sui diritti civili — sono diventate strumenti di controllo sociale che limitano la partecipazione politica e civile. Le donne baha’i, come portatrici di valori di uguaglianza e istruzione, sono state particolarmente bersagliate: il memorandum è servito a giustificare politiche che miravano al cuore della trasmissione culturale, cercando di interrompere il passaggio di conoscenza e di principi tra generazioni.

Alla luce di ciò, parlare del memorandum come di una mera pagina storica sarebbe riduttivo. Il documento continua a esercitare un effetto concreto sulla persecuzione delle donne baha’i in Iran: offre una cornice che giustifica pratiche discriminatorie quotidiane e instituite, mantenendo una pressione sistematica che limita la possibilità di autodeterminazione delle donne baha’i e la sopravvivenza culturale della comunità nel suo complesso.

La situazione attuale (2021–2025)

Escalation recente e numeri che allarmano

Negli ultimi anni, in particolare dalla nomina di una nuova leadership a livello nazionale, la persecuzione delle donne baha’i in Iran ha conosciuto una nuova ondata di intensità. Dalla fine del 2021 fino al 2025 i casi registrati di persecuzione sono aumentati in modo significativo, con una crescita stimata del 50% anno su anno nelle denunce documentate. Questo andamento segnala un’amplificazione delle pratiche repressive in un quadro già segnato da una lunga storia di discriminazione strutturale. L’aumento dei casi ha riguardato arresti, condanne, chiusura di attività economiche, negazione dell’accesso all’istruzione e altri atti che colpiscono duramente la normalità della vita quotidiana per le donne baha’i.

Dal punto di vista giuridico, l’assenza di riconoscimento costituzionale dei baha’i come minoranza religiosa rende la persecuzione delle donne baha’i in Iran ancora più impunita. Essere esclusi dal riconoscimento legale significa essere privati di qualsiasi tutela giuridica effettiva, esponendo le persone a decisioni amministrative arbitrarie e a sentenze discriminatorie. In questo contesto, le statistiche rivelano che a metà del 2024 due terzi di tutti i prigionieri baha’i in Iran erano donne. Questo dato è indicativo di una strategia mirata e del fatto che la repressione colpisce con particolare durezza chi rappresenta il potenziale di rigenerazione culturale e educativa della comunità.

La precarietà dei diritti, la fragilità del sistema giudiziario e la continua pressione delle autorità amministrative creano un contesto in cui la persecuzione delle donne baha’i in Iran diventa un problema strutturale. Non si tratta solo di episodi isolati ma di una politica sostenuta che prende di mira la vita quotidiana delle persone, con effetti a lungo termine su famiglia, lavoro ed educazione. L’intensificazione dal 2021 al 2025 ha dunque riportato il tema all’attenzione internazionale, costringendo organizzazioni per i diritti umani, istituzioni internazionali e parlamentari a intervenire con denunce e iniziative di sostegno.

Strategie di repressione contemporanee

Con il progredire degli anni, la persecuzione delle donne baha’i in Iran ha adottato modalità sempre più raffinate e sistemiche. Le tecniche attuali includono arresti preventivi, condanne per appartenenza alla comunità, processi irregolari senza accesso a una difesa indipendente, confische di proprietà e misure amministrative che impediscono l’accesso all’istruzione superiore e al lavoro. Le autorità impiegano anche campagne di delegittimazione pubblica e intimidazioni sociali per isolare le vittime all’interno delle loro comunità più ampie.

Un altro aspetto rilevante è l’uso della giustizia amministrativa e del diritto penale per giustificare la privazione dei diritti. Spesso l’accusa ricorrente è la “appartenenza alla fede baha’i”, un capo di imputazione che copre una vasta gamma di attività civili e di assistenza sociale. Questa elasticità dell’accusa consente agli organi repressivi di perseguire donne impegnate in attività educative, umanitarie o culturali, come è accaduto in casi recenti di volontariato con bambini rifugiati. La ripetizione di accuse e condanne, anche dopo assoluzioni, dimostra quanto sia fragile lo stato di diritto: sentenze che dovrebbero chiudere un caso vengono sovente ignorate e sostituite da nuovi procedimenti.

Queste pratiche sono accompagnate da una strategia più ampia di lenta erosione dei diritti: esclusione dall’accesso alle registrazioni civili, negazione del diritto di sepoltura secondo le proprie tradizioni religiose, impedimenti all’apertura e gestione di imprese. Per le donne baha’i tutto questo si traduce in una doppia condizione di vulnerabilità: subiscono la discriminazione di genere presente nella società iraniana e, allo stesso tempo, la discriminazione specifica per la loro fede. Il risultato è una repressione capillare che colpisce ogni ambito della vita privata e pubblica.

Duplice Persecuzione contro le Donne

Doppia discriminazione: genere e fede

Le donne baha’i in Iran vivono una doppia realtà di esclusione: da un lato la discriminazione di genere radicata nelle strutture sociali e legali del Paese; dall’altro, una persecuzione mirata e sistematica per motivi religiosi. Questo intreccio genera una forma specifica di vulnerabilità che possiamo definire la duplice persecuzione delle donne baha’i in Iran. Le donne sono percepite dal regime come portatrici di valori potenzialmente destabilizzanti: l’accesso all’istruzione, la diffusione dell’uguaglianza e la capacità di educare e formare le nuove generazioni. Per questo motivo, colpire le donne significherà colpire il futuro stesso della comunità baha’i.

La strategia è chiara: attaccare madri, insegnanti, studentesse e professioniste riduce la possibilità che i valori di uguaglianza e servizio vengano trasmessi. Molte donne baha’i sono attive in attività di volontariato, educazione informale e supporto comunitario; proprio queste attività sono spesso travestite dalle autorità come “attività sovversive” o come mera appartenenza alla comunità. Le conseguenze sono devastanti: esclusione dall’università, perdita del lavoro, arresti, interdizione a svolgere attività pubbliche. La doppia discriminazione implica anche che le donne che rimangono in carcere soffrono condizioni aggravate e che la loro presa sulla comunità è oscenamente smantellata.

Illustrazione di donne velate che camminano unite sotto filo spinato fiorito, simbolo della duplice persecuzione religiosa e di genere contro le donne Bahá’í in Iran.

Donne Bahá’í in Iran: tra fede e resistenza, unite sotto la minaccia della discriminazione

È importante sottolineare come la duplice persecuzione delle donne baha’i in Iran non sia solamente un fatto numerico. Essa rappresenta una strategia politica mirata a demolire l’identità collettiva della comunità attraverso l’annullamento del ruolo femminile nella società. Le donne diventano simboli e obiettivi: attraverso il loro attacco, il regime mira a creare un deterrente che scoraggi l’impegno civile e religioso. Tuttavia, nonostante la durezza della repressione, molte donne continuano a resistere, dimostrando che la violenza non riesce a cancellare la dignità e la speranza.

Impatto su famiglia e società

L’attacco mirato alle donne baha’i ha ripercussioni dirette sulle famiglie e sulla struttura socio-culturale della comunità. Quando una madre viene incarcerata, le conseguenze si moltiplicano: i figli perdono la presenza genitoriale, i nuclei familiari subiscono stress economici e psicologici e la comunità perde punti di riferimento fondamentali. Questa strategia di colpire le madri non è casuale: mira a interrompere il ciclo educativo e a smantellare i legami di solidarietà che tengono insieme le famiglie baha’i.

Le restrizioni economiche e l’esclusione dal lavoro pubblico incrementano la precarietà delle famiglie: molte donne baha’i si trovano impossibilitate a provvedere al sostentamento, e la perdita di opportunità formative per le giovani rende il futuro incerto. Sul piano sociale, la stigmatizzazione porta all’isolamento: le comunità locali sono spinte a emarginare le famiglie baha’i per timore di ritorsioni o per seguire narrative ufficiali che presentano i baha’i come “elementi pericolosi”. Questo clima di sfiducia mina la coesione sociale e lascia molte donne in una condizione di solitudine e vulnerabilità.

Non meno rilevante è l’effetto psicologico: vivere sotto costante minaccia produce traumi che si trasmettono alle generazioni successive. La duplice persecuzione delle donne baha’i in Iran ha quindi l’effetto di riprodursi nel tempo, minando le basi stesse della resilienza comunitaria. Nonostante tutto ciò, rimangono numerosi esempi di resistenza femminile che dimostrano la forza e la dignità di chi rifiuta di rinunciare ai propri valori, mantenendo viva la speranza di un futuro diverso.

Volti della Resilienza

Voci che hanno fatto la storia

Nel corso degli anni, alcune figure femminili della comunità baha’i sono divenute simboli internazionali della resistenza e della dignità. Tra queste emerge la voce poetica di Mavash Sabet, una poetessa pluripremiata che ha reso visibile la condizione delle donne baha’i attraverso versi scritti in prigione. Le sue poesie, nate in un contesto di privazione di libertà, hanno trasformato la voce di una prigioniera nel canto collettivo di un popolo che chiede dignità e rispetto. Un verso che riecheggia ancora oggi è quello che dice: “Potete chiudere in carcere il corpo, ma non potete chiudere il cuore che spera.”

Anche la figura di Fariba Kamalabadi, sociologa e madre, ha assunto un valore simbolico. Condannata a una pena di dieci anni e poi nuovamente imprigionata nel 2022, oggi sta scontando una quattordicesima anno di detenzione. Il suo caso dimostra l’inesorabilità della persecuzione: anche dopo aver già subito condanne lunghe, molte donne vengono nuovamente arrestate. Fariba incarna la forza silenziosa di chi resiste attraverso la fedeltà a principi di servizio e di impegno sociale, nonostante le ripetute ritorsioni.

Illustrazione spirituale di una donna Bahá’í che emerge tra fiori e radici, con colombe che volano libere da catene spezzate; simbolo della resilienza contro la persecuzione in Iran.

Simboli visivi della resilienza femminile Bahá’í di fronte alla persecuzione in Iran.

Queste storie non sono solo narrazioni individuali: sono pietre miliari nella memoria collettiva della comunità baha’i e segnali chiari al mondo esterno della gravità della situazione. La persecuzione delle donne baha’i in Iran è fatta di nomi e volti, di vite spezzate ma non domate, e di una capacità di testimonianza che continua a scuotere le coscienze internazionali. Ricordare Mavash, Fariba e tante altre significa riaffermare che la resistenza non si limita alla sopravvivenza, ma è anche custodia di valori che meritano protezione e riconoscimento.

Storie recenti: volontariato e solidarietà puniti

Tra le vicende più emblematiche degli ultimi anni vi è il caso di Anisa Faneyan, arrestata mentre faceva volontariato per aiutare bambini rifugiati afgani. Anisa è l’emblema della crudeltà di un sistema che punisce atti di solidarietà e assistenza ai più vulnerabili. Dopo la sua prima condanna, il tribunale superiore annullò la sentenza, ma lei fu nuovamente condannata in seguito per gli stessi fatti. Questo iter giudiziario dimostra la fragilità del diritto e il carattere strumentale delle accuse: l’accusa ricorrente di “appartenenza alla comunità baha’i” è stata usata come copertura per un arresto che puniva la compassione.

Il caso di Anisa illustra come la persecuzione delle donne baha’i in Iran coinvolga non solo pratiche religiose ma anche attività civiche e umanitarie. L’attaccamento a valori di servizio e cura è stato trasformato in motivo di sospetto e reato. Questo invia un messaggio intimidatorio a chiunque voglia impegnarsi in attività di solidarietà all’interno della società: un atto di compassione può essere pagato con anni di detenzione. Inoltre, l’arresto di donne che lavorano con bambini e rifugiati ha conseguenze sociali gravi, perché mina la protezione dei soggetti più fragili e scoraggia reti di assistenza informale fondamentali per molte comunità.

Queste storie recenti sottolineano la portata della persecuzione delle donne baha’i in Iran: essa non si limita a pratiche simboliche o religiose, ma si estende a qualsiasi forma di impegno civile che metta in relazione la comunità baha’i con la società più ampia. Le donne, spesso impegnate in attività di cura e formazione, sono così trasformate in bersagli privilegiati, con ripercussioni sulla coesione sociale e sulla tutela delle generazioni future.

Crimine contro l’umanità

Rapporti Onu e conclusioni dei relatori speciali

La persecuzione delle donne baha’i in Iran è stata oggetto di numerose denunce internazionali. Uno degli elementi più significativi è il rapporto del Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Iran, che ha concluso che la comunità baha’i è stata presa di mira con intenti persecutori e, in alcuni elementi, con intenti genocidari sin dagli anni Ottanta. Questa affermazione, proveniente da un organismo Onu, ha contribuito a mettere in luce la gravità sistematica della persecuzione. Inoltre, nel luglio 2024 un gruppo di 18 Relatori Speciali delle Nazioni Unite pubblicò una lettera congiunta denunciando l’impennata degli attacchi contro le donne baha’i. Tale iniziativa fu sostenuta da circa 50 parlamentari, tra cui membri del Parlamento Europeo e parlamentari nazionali, a sottolineare l’ampio sostegno internazionale alla denuncia della persecuzione delle donne baha’i in Iran.

Illustrazione simbolica della persecuzione delle donne Bahá’í in Iran, con figure femminili in abiti tradizionali che esprimono dolore, prigionia e resistenza spirituale, accompagnata dal testo “Crimine contro l’umanità – La risposta globale”.

Donne Bahá’í: volti della resistenza alla persecuzione religiosa in Iran

Queste denunce internazionali hanno un valore fondamentale: documentano e qualificano la natura strutturale e persistente della persecuzione, forniscono strumenti di pressione diplomatica e offrono un quadro giuridico per valutare le responsabilità. Le indicazioni emerse dai relatori speciali rafforzano la necessità che la comunità internazionale non si limiti a prendere atto degli abusi, ma agisca con misure concrete di protezione e con iniziative volte a garantire responsabilità e riparazione alle vittime.

La visibilità data dai rapporti Onu ha anche aiutato a sensibilizzare opinione pubblica e istituzioni in diversi Paesi, permettendo la mobilitazione di parlamentari, ong e movimenti per i diritti umani. Tuttavia, nonostante il peso delle denunce, l’applicazione di sanzioni mirate o iniziative efficaci rimane complessa. È quindi essenziale che le evidenze raccolte continuino a essere utilizzate come base per azioni diplomatiche coordinate e per sostenere azioni di pressione sul governo iraniano affinché ponga fine alla persecuzione delle donne baha’i in Iran.

Report di Human Rights Watch e qualificazione giuridica

Nel 2024 Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto che ha definito la repressione della comunità baha’i in Iran alla luce del diritto internazionale. Il documento giunse alla conclusione che la persecuzione sistematica era qualificabile come crimine contro l’umanità per persecuzione. Questo inquadramento giuridico è significativo perché sposta la discussione da una lettura morale o politica a una valutazione legale che apre scenari di responsabilità penale internazionale. Dichiarare che la persecuzione delle donne baha’i in Iran può essere inquadrata come crimine contro l’umanità significa riconoscere la natura sistemica e intenzionale degli abusi perpetrati su base religiosa e di genere.

Il rapporto di Human Rights Watch ha inoltre documentato pratiche specifiche: arresti di massa, uso arbitrario del sistema giudiziario, negazione dei diritti civili fondamentali, confische di proprietà e dure condizioni carcerarie. Ha inoltre analizzato come queste pratiche colpiscono in modo specifico le donne baha’i, mettendo in luce l’intersezione tra discriminazione di genere e persecuzione religiosa. Tale analisi è cruciale per elaborare risposte giuridiche adeguate a livello internazionale e per supportare le vittime nel percorso verso giustizia e riparazione.

Le conclusioni dei rapporti internazionali hanno un valore operativo: supportano le richieste di indagini indipendenti, orientano l’azione diplomatica di Stati e Unione Europea e costituiscono un fondamento per atti di solidarietà e protezione. Allo stesso tempo, mostrano chiaramente che la persecuzione delle donne baha’i in Iran non è un problema isolato ma un fenomeno che richiede attenzione e intervento coordinato a livello globale.

Conclusione

Perché la questione rimane centrale

La persecuzione delle donne baha’i in Iran rimane una questione centrale per la difesa dei diritti umani perché rappresenta l’intersezione di discriminazione religiosa e discriminazione di genere. Questo doppio attacco mina non solo individui e famiglie, ma la capacità stessa della comunità di sopravvivere culturalmente e socialmente. Le evidenze storiche e contemporanee mostrano che la persecuzione non è il risultato di episodi casuali ma di scelte politiche deliberate, come sancito dal memorandum del 1991, e di pratiche persistenti che si sono evolute nel tempo. È quindi fondamentale che istituzioni, cittadini e organizzazioni continuino a sostenere la visibilità di questi abusi e a promuovere misure efficaci di tutela.

Difendere le donne baha’i significa difendere la libertà di coscienza, il diritto all’istruzione, il diritto al lavoro e la possibilità di svolgere un ruolo pieno nella società. Significa anche opporsi a pratiche di esclusione che possono essere applicate a qualsiasi gruppo minoritario. Per queste ragioni la comunità internazionale deve mantenere alta l’attenzione sulla persecuzione delle donne baha’i in Iran e adottare strumenti concreti per proteggere le vittime, sostenere le famiglie e promuovere responsabilità legali nei confronti dei persecutori.

Appello alla responsabilità e alla solidarietà

La memoria delle donne che hanno dato la vita e di quelle che continuano a resistere ci impone un dovere di responsabilità. Dalla poetessa che si tolse il voile nel XIX secolo alle più recenti detenute e volontarie, le donne baha’i hanno dimostrato che la dignità non si piega di fronte alla violenza. È responsabilità della comunità internazionale sostenere queste voci e chiedere misure concrete per porre fine alla persecuzione delle donne baha’i in Iran: monitoraggio indipendente, sanzioni mirate, sostegno legale e protezione per chi rischia la libertà e la vita.

La lotta per i diritti delle donne baha’i è parte della più ampia battaglia per la libertà di religione e di coscienza nel mondo. È un richiamo alla coscienza dei popoli e delle istituzioni democratiche per non voltarsi dall’altra parte. In definitiva, la storia e le testimonianze dimostrano che si può incarcerare un corpo, ma non si può chiudere un cuore che spera. Perché la persecuzione delle donne baha’i in Iran non sia dimenticata, è necessario continuare a raccontarla, denunciarla e agire insieme per porvi fine.